MAMMOLA – È ancora lì, solenne e maestosa, la bizantina «Grancia» di S. Biagio, si direbbe che i dieci secoli di storia non l'abbiano sfiorata, se non fosse per un maldestro restauro, detto eufemisticamente conservativo che, qualche decennio fa, l'ha deturpata e abbrutita, in particolare modo il campanile greco-ortodosso, per tanto tempo modello preferito da numerosi stuoli di studenti d'architettura che disegnavano e mettevano in risalto la sua arte semplice, retaggio di messaggi spirituali.
È cimelio prestigioso del nostro passato, che ha visto nascere la cittadina di Mammola e che l'ha protetta come sentinella avanzata. Le sue vere origini sono state messe in luce dall'illustre professore francese Andrea Guillou della Sorbona di Parigi, noto ricercatore e acuto medievalista, che ha trovato la pergamena nella Biblioteca nazionale di Venezia, che ha potuto accertare che l'Abbazia è stata eretta nei primi anni dell'XI secolo e non nel Quattrocento come si credeva fino a qualche tempo fa.
Costruita come dependance dai monaci del Monastero di S. Nicodemo sul Kellerana, a distanza di pochi anni dalla morte del fondatore, avvenuta nel 990, col passare dei secoli da semplice Grancia (deposito), divenne sempre più importante e nota in tutta la Calabria per l'alto livello culturale della comunità monastica che coltivava le varie attività, «scripoprias, conservazione di codici antichi, innografia, scienze, arti, agricoltura».
Infatti, è dovuto all'ingegnosità di questi monaci se furono dissodate nuove terre, costruiti canali d'irrigazione, mulini e frantoi per servire la comunità di Mammola che andava crescendo e sviluppandosi di anno in anno. Della febbrile attività dei frati, dei loro documenti, pergamene preziose, non è rimasto un bel nulla, un po' perché intere casse di documenti sono state trasferite a Mileto e poi sparse nelle più disparate biblioteche delle maggiori città europee, un po' perché parte di quel materiale cartaceo trasferito nel municipio da qualche illuminato mammolese, andò distrutto da un colossale incendio nel 1866, provocato da una popolazione in rivolta contro la miseria, cosicché tutto fu perduto, soprattutto la più genuina documentazione sulle vere origini di Mammola.
Ad un certo punto, però, nel 1480 circa, i frati sono costretti ad abbandonare il rito ortodosso e abbracciare quello latino, perché il vescovo di Gerace Kalkeopulos, lo introdurrà nella sua Diocesi non senza difficoltà. In seguito a ciò, gli eremiti del monte kellerano si trasferiscono nella Grancia e portano con loro le reliquie di S. Nicodemo che vengono traslate il 1. settembre 1501 con una solenne cerimonia e sin d'allora conservate fino al 1807, anno in cui i francesi disposero la chiusura di tutti gli ordini monastici.
L'unione delle due comunità accrebbe l'efficenza delle varie attività, ebbe un impulso dinamico e i frati misero in mostra la loro cultura perché la Batia si trasformava in scuola di popolo alla quale si formarono grossi personaggi provenienti dalle classi più povere come Apollinare Agresta, Gian Crisostomo Scarfò, Giuseppe del Pozzo che raggiunsero i più alti gradi del monachesimo basiliano diventando generali supremi dell'Ordine stesso.
La Batia fu, dunque, nella vita sociale e spirituale di Mammola guida e protezione, specie nella lotta contro signorotti e prepotenti che volevano tenere schiava una popolazione. Ma della Grancia, dopo l'infausto restauro che l'ha trasformata in una grande costruzione amorfa e senza identità storica, nessuno più si è interessato ,né più studenti desiderosi di scoprire le origini, né più turisti in cerca di antichità da valorizzare con la loro presenza.
Secondo il prof. Stefano Scarfò, insigne storico mammolese
«urge che il complesso venga riportato al suo primiero stato, che l'animo
stesso del vetusto maniero riprenda a vivere, che si scuota dal sonno dei
morti che l'avvolge come un sudario», e a tal fine viene rivolto un caldo
appello all'assessore avv. Enrico Barillaro, vicesindaco dell'accogliente
cittadina medievale, personalità colta e amante del suo paese e delle sue
bellezze che sono incastonate nel superbo scenario medievale, affinché inizi
un profondo lavoro e le relative pratiche burocratiche perché le mura e il
campanile siano stonacati e la grande bellissima chiesa siano restaurati nella
vera accezione del termine e possano rappresentare degnamente il glorioso
passato di Mammola, nel quale il Monastero ha avuto una parte determinante
nella storia e nella cultura nello svolgersi della civiltà contadina.