Questo
itinerario ricade interamente nel Parco Nazionale d’Aspromonte. Istituito
recentemente con legge dello Stato, comprende un vasto territorio appenninico
della Provincia di Reggio Calabria di particolare interesse naturalistico.
La parte di territorio del Parco Nazionale d’Aspromonte
che c’interessa è caratterizzato dalla presenza di una vegetazione variopinta
che cambia in virtù dell’altezze: boschi di faggi, di pini, di lecci,
di castagni, querce ed ulivi (varietà mammolese) nelle quote più basse.
Accanto a queste grandi specie arboree prospera
nel sottobosco una flora più piccola: erica (dalla cui radice si ricavano
pregiate pipe), agrifoglio, pungitopo (asparogo di bosco), felce (usata
dai pastori per confezionare le ricotte fresche). Da segnalare le numerose
specie di funghi mangerecce che scatenano, nella giusta stagione, una
frenetica ricerca.
Anche la fauna è ben rappresentata. Specie diverse,
ben adattate, trovano nel Parco un habitat ideale e tranquillo, lontano
dai rischi che l’uomo stesso gli arreca: il cinghiale, la volpe, la lepre,
il tasso, il ghiro. tra uccelli ricordiamo il faggiano, il falco, il corvo,
le colombe selvagge ed altre specie minori. Non è raro vedere gruppi di
cavalli semi-selvaggi che pascolano nella verde prateria dell’altipiano
della Limina.
FIUME
TORBIDO
Partendo
da Mammola e andando in direzione della Superstrada Ionio-Tirreno all’altezza
dello svincolo per Cinquefrondi-Rosarno ci s’incammina verso destra su
una strada sterrata che costeggia l’ampio letto del fiume Torbido
Chiamato anticamente Proteriate, Turbolo ma anche Sagra,
deve il suo nome attuale all’aspetto torbido delle sue acque che spesso
assumono, per la natura del terreno che attraversano, la colorazione del
fango.
Minaccioso e turbolento, specie nella stagione più
piovosa, nasce in località Stimpato, alle spalle del Monte San Nicodemo,
ai confini tra Mammola e San Giorgio Morgeto, e sfocia, dopo un lungo
percorso, nel mar Jonio, tra Marina di Gioiosa J. e Siderno.
L’enorme larghezza del suo greto, soprattutto nella
parte finale, insieme ad elememti geologici ed archeologici, hanno avvalorato
l’ipotesi, sostenuta da alcuni studiosi, che un tempo il fiume era navigabile,
e che la battaglia dove i Locresi alleati con i Reggini sconfissero i
forti Crotonesi, avvenne proprio sul Torbido (VI sec. a.c.). Anticamente il letto del fiume era usato dai Locresi
della Magna Grecia come grande via di comunicazione per raggiungere l’altro
mare (Tirreno).
Risalito il fiume, attraverso il Passo Sella (Seja,
via più breve) arrivavano, passando per il monte Kellerana al Passo della
Limina. Da quì, scendendo il sentiero dello Sciarapotamo, in direzione
del Mar Tirreno, raggiungevano la città di Medma (oggi Rosarno) e di Ipponion
(oggi Vibo Valentia). Dopo molti secoli questa via di comunicazione venne
abbandonata e sostituita con la S.S. 281 (Marina di Gioiosa J. - Rosarno).
Successivamente, nel 1990, dopo 10 anni di lavoro,
veniva aperta al traffico la Superstrada a Scorrimento Veloce Jonio-Tirreno,
costruita in gran parte sul Torbido (da cui il nome di una galleria),
riprendendo quell’antico tracciato fatto dai Locresi della Magna Grecia.
Con i suoi numerosi affluenti, attraversa il territorio
di Mammola, Gioiosa J., Grotteria, le cui popolazioni hanno trovato nel
fiume grande sostegno per le loro attività economiche e sociali.
Proseguendo lungo il fiume, il sentiero attraversa
i numerosi appezzamenti agricoli ricavati lungo le sue rive nell’ampio
alveo, caretterizzato dall’enorme quantità di materiale inerte (ghiaia,
pietrame) usato nell’attività edilizia dell’intero comprensorio.
Lungo il percorso si può notare qualche pianta di
gelso, resistita come testimonianza di una attività importante diffusa
nella zona. Nel recente passato, lungo le sue sponde, era fiorente la
coltivazione del gelso (bianco e nero) che oltre a dare gustosi frutti,
garantiva, con le sue foglie, il nutrimento al baco da seta.
L’allevamento di questo generoso insetto, molto
diffuso nella zona, ha rappresentato per lungo tempo un’importante attività
economica. Si ricavava, infatti, una pregiata seta che veniva poi spedita
nelle filande del nord Italia. Ragioni economiche e produttive, successivamente,
determinarono un calo della richiesta sul mercato della seta prodotta
al Sud, tanto da costringere gli allevatori ad abbandonare quella attività
non più redditizia. Con la fine dell’allevamento del baco da seta anche
la coltivazione del gelso fu abbandonata.
Le colline che si affacciano sul Torbido sono coltivate
ad ulivo, vite e castagno, mentre, più a valle, nei grandi poderi ricavati
nel letto del fiume, si coltivano ottime qualità di agrumi.
L’itinerario che segue l’andamento della Superstrada,
poggiata su grossi piloni, giunto nel punto in cui il fiume Torbido incontra
il vallone Salino, cambia direzione. Infatti da quì, svoltando verso destra
si prende, abbandonando il Torbido, un viottolo che s’inerpica lungo un
ripido costone, detto Passo Sella, e che porta al Santuario San Nicodemo.
PASSO SELLA
Questo
sentiero ha rappresentato per millenni, insieme a quello dello Sciarapotamo
nell’altro versante, l’unica via di comunicazione per le antiche popolazioni
della Locride e della Piana di Gioia Tauro.
Oggi il ripido e scosceso sentiero della Sella è
percorso, come ex-voto, da numerosi devoti di San Nicodemo, che a piedi
raggingono il Santuario del Bosco sul Monte Kellerano per poi tornare
a Mammola facendo a ritroso lo stesso percorso.
SANTUARIO
SAN NICODEMO DEL BOSCO
Alla
fine dell’impegnativa salita del Passo Sella si giunge su di un altipiano
che offre un suggestivo paesaggio. Da quì lo sguardo può dominare, girandosi
indietro verso la strada già percorsa, la grande valle del Torbido che
in mezzo a due crinali giunge al Mar Ionio. Mentre guardando nella direzione
opposta s’intravede in lontananza la chiesetta del Santuario di San Nicodemo
del Bosco che si staglia nel verde della pianura orlata da rigogliosi
boschi di leccio che, specie d’estate, ospita gruppi di boy-scuot in campeggio.
Gran parte del pianoro viene utilizzata sia a prato-pascolo
sia a fini agricoli per la coltivazione di grano, di segale (jermanu),
patate. Nelle parti lasciate incolte e a pascolo, abbondante è la crescita
spontanea di erbe selvatiche (cicorie, broccoli di razze) mangerecce che
numerose persone raccolgono ed usano per preparare cibi genuini e tisane
medicinali.
Il luogo, rinomato oggi come Santuario di San Nicodemo
del Bosco, è chiamato Monte Kellerana dove il Santo visse da asceta ed
in preghiera, fino alla morte (990). Nato e cresciuto nel periodo caratterizzato
(Sec. X) dalla forte emigrazione, dalla Sicilia, invasa dai musulmani,
di monaci Basiliani che provenivano dall’Asia Minore, aderì fin da giovane
al fermento religioso suscitato da questi, diventando Egli stesso un monaco.
L’Ordine monastico Basiliano bizantino, diverso
da quelli latini con regole fisse ed abito uniforme, era formato da numerosi
monaci che vivevano da eremiti o in piccole comunità (Cenobi), ma mai
isolati dalla società. Fin dall’inizio non ebbero, neanche in Calabria,
vita tranquilla. Le continue scorrerie di Saraceni, che assalivano le
coste calabre, li costrinsero a rifugiarsi, insieme alle popolazioni,
nelle zone interne e montuose.
Anche San Nicodemo fu costretto a fuggire e a cercare
un luogo riparato ed isolato per dedicarsi alla vita di asceta. Fu così
che arrivò sul monte Kellerara dove costruì con i suoi discepoli un Cenobio
per condurre una vita di lavoro e di preghiera. Un ritiro spirituale ma
nello stesso tempo a contatto con la società. Infatti i Cenobi, i monasteri
dei Basiliani erano punti importanti di riferimento religiosi e culturali
per le popolazioni del luogo che incentivarono la nascita di agglomerati
e villaggi.
E’ stato intorno alla vita del Monastero di San
Nicodemo che cominciò a nascere Mammola, i cui abitanti devono molto al
Santo, tanto da proclamarlo, nel 1638 Patrono della città.
Dopo la sua morte il Cenobio sul Kellerano divenne
meta di devozione e di pellegrinaggio di fedeli sia della Locride che
della Piana, richiamati dai miracoli che il Santo operava soprattutto
sui malati e ossessi.
Per molto tempo l’abbazia sul Kellerana ha rivestito
un ruolo molto importante sia dal punto di vista religioso-spirituale
sia da quello economico, perche’ amministrava beni immobili ricevuti da
donazioni di nobili, e che i monaci davano ai contadini del posto in cambio
di decime.
Dopo qualche secolo, cambiato il clima religioso,
questi monasteri cominciarono a decadere. Anche i monaci dell’abbazia
sul Kellerana abbandonarono il monastero, portandosi dietro, però, le
reliquie di San Nicodemo per sistemarle nella Grangia di San Biagio a
Mammola e conservate fino ad oggi nella chiesa Matrice dello stesso paese.
Sui ruderi dell’antico Cenobio fu costruita, nel
secolo XVI, una chiesetta che nel 1960 fu ristrutturata, ingrandita e rinnovata
anche all’interno con gli affreschi del pittore NIK SPATARI che raffigurano
i miracoli del Santo. La chiesetta, ad unica navata, non sarebbe sufficiente
a contenere le numerose persone che affluiscono la domenica successiva al
12 maggio, in occasione della festa
in onore del Santo. Infatti la celebrazione della messa viene fatta all’aperto
sull’antistante prato, seguita dalla processione nella circostante campagna.
La festa che dura tutta la giornata è diventata
nel tempo molto popolare, sia per la devozione a San Nicodemo sia perchè
è una occasione per fare la scampagnata di primavera con relativo pic-nic
nei vicini boschi e prati. La festa, inoltre, rappresenta uno dei rari
momenti d’incontro tra fedeli, devoti al Santo, che provengono da due
zone diverse: la Locride e la Piana. La devozione al Santo si esprime
anche col pellegrinaggio, tutti i venerdì, da luglio a settembre, che
precedono la festa del Patrono a Mammola (prima domenica di settembre),
raggiungendo a piedi il Santuario attraverso l’antico sentiero Torbido-
Passo Sella.
Di recente un monaco ha deciso di ritirarsi sul
monte Kellerana per iniziare a vivere una vita da asceta, difficile e
coraggiosa, ma spiritualmente più intensa. Sull’esempio di San Nicodemo
e dei suoi monaci il monaco anacoreta, sfidando la realtà del nostro tempo
vuole far rivivere al Santuario gli antichi momenti quando ad esso le
popolazioni guardavano come guida e sostegno spirituale e religioso.
Dopo aver riposato e fatto rifornimento di acqua,
quì particolarmente buona, si prosegue in direzione della montagna che
si erge di fronte alla chiesa. Percorrendo la strada recentemente asfaltata
in leggera salita si giunge all’inizio dell’altipiano della Limina, da
dove si può ammirare un suggestivo panorama a mo’ di veduta aerea.
Il sentiero, quì, abbandona la strada rotabile
per seguire un itinerario che punta, passando per i prati dell’Abito e
costeggiando alla base il Monte Limina, verso il Passo della Limina .
PASSO
DELLA LIMINA
Al
centro della catena appenninica calabrese congiunge, senza soluzione di
continuità, attraverso i dossoni della Melia, il gruppo delle Serre con
l’Aspromonte facendo anche da confine sia al Parco Nazioanle dell’Aspromonte
sia tra il versante Jonico e quello Tirrenico.
Grazie a questa posizione geografica centrale, il
Passo della Limina rappresenta uno snodo territoriale importante dove
s’incrociano strade che collegano zone diverse: Svincolo Superstrada -Limina,
S.S. 281 (Marina di Gioiosa Jonica-Rosarno), Strada Prov. Giffone-bivio
per le Serre -Diga Metramo-Galatro, Strada Prov. San Giorgio M.-Stalletti-Marcinà,
Strada San Nicodemo. Proprio per questo è stato inserito di recente negli
itinerari nazionali del Club Alpino Italiano - Sentiero d’Italia, come
punto d’arrivo della tappa n° 54 (Zomaro-Passo Limina) e come punto di
partenza della tappa n° 55 (Passo Limina- Mongiana).
La morfologia di questo territorio è alquanto varia
e suggestiva. Estesi e verdi pascoli si alternano a rigogliosi boschi
di faggi, di pini e di abeti, interrotti, a volte, da alture che possono
raggiungere la massima altezza di 1000 mt.. Da uno di questi, Monte Limina,
nelle nitide giornate si possono scorgere chiaramente le isole Eolie,
parte della Sicilia, la vetta dell’Etna, i due mari calabresi.
Se la natura quì è stata molto generosa, lo stesso
non si può dire dell’uomo.
La presenza di due grosse cave, aperte a suo tempo
per estrarre una grandissima quantità di materiale inerte (terra e pietrame)
da destinare alla costruzione della Diga sul Metramo, sta causando notevoli
danni ambientali all’intero altopiano.
Purtroppo, a distanza di anni, questo sfregio alla
natura, ancora, persiste. Non si è, cioè, ripristinato lo stato dei luoghi
originario, come tra l’altro, era stabilito dalle autorizzazioni e nulla-osta
rilasciate dalle Autorità competenti, per l’apertura delle due cave, alla
fine dei lavori della grande diga.
Il Passo della Limina è ricordato, anche, dalla
cronaca sportiva, poiché, nel giro ciclistico originario della Provincia
di Reggio Calabria, era considerato il più impegnativo Gran Premio della
Montagna, spesso decisivo per la vittoria finale dello stesso Giro che
ha visto la partecipazione di grandi campioni del Ciclismo nazionale ed
internazionale. Porta il nome Limina la galleria della Superstrada Jonio-Tirreno,
tra le più lunghe d’Italia, poiché attraversa le viscere della sua montagna
per un percorso di circa 3200 mt..